Bologna 1931: il “no” di Bartolo Nigrisoli

Sorry, this entry is only available in Italian. For the sake of viewer convenience, the content is shown below in the alternative language. You may click the link to switch the active language.

La conversazione della settimana

Grazie alla conversazione con Miriam Focaccia, storica della Scienza e autrice di una biografia scientifica su Bartolo Nigrisoli, abbiamo avuto modo di conoscere e di approfondire la vicenda pubblica e privata di questo straordinario personaggio, purtroppo poco noto, nonostante le sue grandi doti di medico e di uomo.

Una figura che, anche in virtù del suo coraggio e del suo esempio, meriterebbe sicuramente più attenzione da parte dell’opinione pubblica, specie in quest’anno in cui ricorre il novantesimo anniversario dal suo netto e categorico rifiuto dal giurare fedeltà al fascismo a cui erano stati chiamati i docenti universitari italiani. Bartolo fu tra i dodici che dissero “no”, dodici su oltre milleduecento. L’uno per mille!

La città di Ravenna gli ha dedicato la strada che dalla Circonvallazione al Molino conduce all’ingresso principale dell’Ospedale civile Santa Maria delle Croci. E nell’atrio dello stesso Ospedale è stata affissa una targa in marmo che lo ricorda.

Ripercorriamo a grandi linee alcuni momenti salienti della sua vicenda grazie alla biografia scritta da Miriam Focaccia:

Bartolo Nigrisoli: tra clinica e chirurgia di guerra. Una biografia scientifica

Edizioni Pendragon, 2011

“Bartolo Nigrisoli nacque a Glorie di Mezzano, paese alle porte di Ravenna, nel 1856 da una famiglia i cui membri, da circa cinque generazioni, esercitavano le professioni di medici o di farmacisti.  A Mezzano frequentò i primi anni delle scuole elementari per terminare il ciclo a Sant’Alberto, vivendo presso lo zio paterno Domenico medico condotto del paese. Successivamente frequentò il ginnasio- liceo a Ravenna ed infine la facoltà di medicina a Bologna ove si laureò il 24 giugno del 1883.

Nel 1890 divenne Primario chirurgo a Ravenna, città che all’epoca contava circa 70.000 abitanti. L’Ospedale civile di Santa Maria delle Croci, di antiche origini, nel 1827 era stato trasferito dalla sede originaria di via Guaccimanni in una nuova sede: l’ex abbazia di San Giovanni Evangelista. Le condizioni igienico sanitarie in cui versava il nosocomio erano critiche e Nigrisoli ne denunciò immediatamente l’arretratezza e la precarietà. Sudiciume e promiscuità fra gli ammalati; biancheria che non veniva disinfettata e insetti che infestavano i letti, i cui materassi erano ancora ricavati da sacconi di paglia; la cucina, detta non a caso “cucinaccia”, si presentava come un ambiente sporco e inadatto al servizio di un ospedale , così come pessimo era lo stato delle latrine. Né migliore era lo stato dell’armamentario chirurgico, che l’ospedale proprio non l’aveva: “l’armamentario è mio e da me è mantenuto e rinnovato”.

Sembra d’essere in Egitto”: questo lo sfogo di Nigrisoli di fronte ad una situazione che egli stesso definì in più punti della sua relazione vergognosa, deplorevole e inaudita. “Ai nostri giorni un Ospedale simile più che una indecenza è una colpa; meglio chiuderlo”. Nonostante queste condizioni “disperate” Nigrisoli nel biennio 1890-1891 riuscì a portare a termine, con esito positivo, più di 600 interventi.

S. Giovanni Evangelista con il vecchio ospedale in uno scatto dei primi '900 © R. Stanghellini
S. Giovanni Evangelista con il vecchio ospedale in uno scatto dei primi ‘900 © R. Stanghellini

Si dovettero aspettare altri quattro anni  perché il Consiglio comunale nominasse una commissione amministrativa dell’ospedale che si occupasse della sua ristrutturazione; solo nel nuovo secolo si ebbe il trasferimento in un moderno complesso, dove tutt’ora è sito, l’ospedale cittadino. La nuova sede, i cui lavori iniziarono nel 1940, su progetto dell’architetto Domenico Sandri, fu inaugurata nell’aprile del 1959. La via che porta al suo ingresso principale, come già ricordato, è stata, non a caso, intitolata a Bartolo Nigrisoli.

Nel 1905 Bartolo lasciò Ravenna alla volta di Bologna ove fu nominato Primario di chirurgia presso l’Ospedale Maggiore.

Durante la guerra del ’15-‘18, Bartolo per 42 mesi prestò ininterrottamente servizio come chirurgo. All’indomani del conflitto, decollò la sua carriera accademica che lo portò nel 1921 a divenire titolare della cattedra di Clinica chirurgica dell’Università di Bologna. Maestro chiaro e lineare, semplice e razionale, come il grande clinico Augusto Murri, unì sempre, nella presentazione dei casi clinici, l’osservazione diretta del paziente all’induzione logica, aiutato da una memoria ferrea e da una vastissima esperienza”.

Il gran rifiuto del 1931

Sempre grazie alle biografia di Miriam Focaccia arriviamo al gran rifiuto del 1931. “In quell’anno i docenti universitari italiani furono chiamati a prestare giuramento di fedeltà al regime fascista, pena la decadenza delle cattedre.

Un’iniziativa profondamente lesiva della libertà di pensiero e di azione degli intellettuali italiani e che aveva sollevato forti perplessità e malcontento sia in Italia sia all’estero.

Lo stesso Albert Einstein intervenne sulla questione con una lettera indirizzata al ministro fascista Rocco esortandolo a risparmiare agli studiosi italiani una tale mortificazione perché, concludeva, “la ricerca della verità scientifica (…) svincolata dagli interessi pratici quotidiani dovrebbe essere sacra a tutti i poteri statali; ed è nell’interesse supremo di tutti che i leali servitori della verità siano lasciati in pace. Ciò è anche senza dubbio nell’interesse dello Stato italiano e del suo prestigio agli occhi del mondo”.

Furono oltre milleduecento i docenti che giurarono, una manciata quelli che posero un netto rifiuto.

Tra questi ultimi, dodici in tutto, il ravennate Bartolo Nigrisoli già firmatario, nel 1925, del Manifesto antifascista di Benedetto Croce. “Giuramento simile io non mi sento di farlo, e non lo faccio”, così rispondeva a chi gli domandava i motivi del suo rifiuto. L’autonomia d’azione e di pensiero erano da lui considerati elementi fondamentali per una condotta morale onorevole, senza curarsi del giudizio altrui, ma per poter vivere in pace con se stesso, come uomo e come medico.

Con quel gesto Bartolo difese la dignità della persona, la dignità della scienza, la dignità della scuola. Da quel gesto si evince tutta la compostezza e la solidità dell’uomo, il credo assoluto nei propri ideali civili e culturali, lui figlio, da un lato, del Risorgimento, dall’altro di una filosofia laica e positiva che riversò anche nella professione, sia di chirurgo sia di insegnante.

Bartolo Nigrisoli perse, così, la cattedra e fu messo a riposo dal 1 gennaio del 1932.

Invece di ritirarsi a tranquilla vita privata, avendo ormai 73 anni, continuò a lavorare in forma privata per oltre un decennio. Non furono tuttavia anni tranquilli poiché Bartolo fu messo sotto stretta sorveglianza e nel 1944 fu costretto ad abbandonare la sua dimora bolognese facendo ritorno a Ravenna senza mai smettere di lavorare e assistendo chiunque lo chiamasse, fosse poi in grado o no di pagare la sua parcella. Ai suoi compaesani riservò sempre un’accoglienza calorosa. Così, fra gli altri, ospitò spesso la contessa ravennate Augusta Rasponi Del Sale, detta Gugù , personaggio noto e amato a Ravenna, sovvenzionandone le opere di carità.

Bartolo Nigrisoli si spense il 6 novembre del 1948 e le sue ceneri sono custodite nella tomba di famiglia nel cimitero di Sant’Alberto di Ravenna”.

Così si legge nella targa posta all’ingresso dell’Ospedale di Ravenna:

Esercitò la chirurgia con somma perizia quasi con senso d’arte e profondo sentimento di umanità. La professione fu per lui missione. Carattere tipicamente romagnolo: rude, semplice, schietto. Squisitamente sensibile e generoso, specialmente verso gli umili, fu animato da spirito patriottico e mai volle piegarsi a imposizioni preferendo qualsiasi rinuncia. Onore e vanto di Ravenna, fino a tarda età infaticabile al lavoro, fu maestro ed esempio ai giovani di alta coscienza del dovere di rettitudine e di abnegazione.

Noi ravennati, a 90 anni esatti da quel gran rifiuto, abbiamo il dovere di ricordarlo.


La relatrice

Miriam Focaccia è storica della Scienza ed è ricercatrice presso il Centro Ricerche Enrico Fermi di Roma. Esperta di Storia delle istituzioni scientifiche e dei laboratori di ricerca, ha studiato la biografia di vari scienziati a cavallo tra Otto e Novecento e nel corso dei suoi studi si è sempre interessata al rapporto tra donne e scienza.

Miriam Focaccia insieme a Raffaella Simili e con la regia di Alessandro Scillitani ha ideato il film documentario dedicato alla bolognese Laura Bassi, la prima donna al mondo a ottenere una cattedra universitaria nel 1732. 
Una cattedra per Laura Bassi. Bologna 1732“, andato in onda lo scorso maggio su Rai Storia e che oggi quindi è possibile rivedere su RaiPlay, un film che fa parte della serie “Italiani” prodotta da Rai Cultura e condotta da Paolo Mieli.

Qui il link per vedere il documentario su RaiPlay

Italiani a cura di Paolo Mieli. Laura Bassi


La conversazione della prossima settimana

Giovedì prossimo converseremo con Jacopo Ibello delle origini e del successo dell’archeologia industriale e di quali sono le mete più interessanti nel territorio dell’Emilia Romagna.

11 febbraio ore 21.00 | La promozione turistica dell’archeologia industriale

Per il programma completo del nostro ciclo di conversazioni clicca qui.

Vi aspettiamo online! Se non siete ancora iscritti scriveteci per partecipare.


Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.